Giovedì 29 ottobre 2026Il giornale degli italiani nel mondo

L'Italia fuori dall'Italia

Editoriali

Editoriale

La diaspora inconsapevole

Gli armeni sanno di essere una diaspora, gli irlandesi pure. Gli italiani no, eppure fuori dai confini vive un'altra Italia grande quanto quella di dentro.

di Giuseppe D. ·
«E io che pensavo di avere solo una zia a Torino.»

C'è una domanda che chiunque abbia vissuto qualche anno fuori dall'Italia si è sentito fare almeno una volta, di solito a cena, di solito da qualcuno che di cognome fa Rossi o Ferraro ma l'italiano lo parla a fatica: «Ma tu di dove sei, esattamente?». E quando rispondi, Bari, Treviso, Cosenza, ti guarda con un'aria a metà fra la nostalgia e la curiosità, perché anche il suo bisnonno veniva da lì, o da un paese lì vicino, di cui lui conosce solo il nome, a volte storpiato.

A me questa scena ha sempre fatto pensare che gli italiani siano una diaspora che non sa di esserlo.

Con gli armeni la questione è chiara da un secolo: la Repubblica d'Armenia ha meno di tre milioni di abitanti, la diaspora è parecchie volte tanto, e in tutto questo tempo ha messo in piedi scuole, chiese, giornali e soprattutto una voce politica, che per decenni ha bussato ai parlamenti di mezzo mondo perché il genocidio del 1915 venisse riconosciuto, e in molti casi ci è riuscita. Della diaspora ebraica non serve nemmeno parlare. Degli irlandesi basta ricordare che il giorno di San Patrizio a New York è più sentito che a Dublino, e che chi ha un nonno nato in Irlanda può ancora chiedere il passaporto irlandese.

Noi invece, che pure in quanto a numeri non scherziamo, abbiamo sempre trattato l'emigrazione come una pagina da girare in fretta. L'Italia si occupa poco e male di te finché sei sul suo territorio; appena vai fuori, non sei più un problema suo. È come il padre che deve sistemare un parente: lo piazza, e quando quello se ne va considera la faccenda risolta, sbrigativamente, e non se ne occupa più. Per altri popoli questo non succede, quasi sempre perché la loro è stata un'emigrazione traumatica, nata da forti tensioni politiche e sociali. Quella italiana è stata quasi sempre un'emigrazione economica, e non ha mai avuto una via di ritorno.

In Italia vivono una sessantina di milioni di persone, all'AIRE ne sono iscritte più di sei; ma il conto vero comincia dopo, quando si mettono insieme i sedici milioni circa di americani che dichiarano un'origine italiana, gli argentini (più della metà, secondo le stime, ha almeno un antenato italiano), i brasiliani, che sono decine di milioni, e poi uruguaiani, canadesi, australiani, belgi, tedeschi, svizzeri. Sono numeri approssimativi e ciascuno li calcola come gli pare, però la sostanza resta: fuori dai confini c'è un'Italia probabilmente più grande di quella dentro, e nessuno, né i governi né i giornali né le università, si è mai preso la briga di guardarla tutta insieme.

Credo dipenda da come ce la siamo raccontata. L'emigrante, nell'immaginario italiano, è ancora quello con la valigia di cartone del bianco e nero televisivo: uno partito perché non aveva scelta, su cui conviene stendere un velo pietoso. Chi è andato via diventa prima "quello che sta fuori", poi l'oriundo, e alla fine uno straniero con un cognome che finisce in vocale. Gli italo-americani hanno fondato associazioni importanti, gli italo-argentini hanno costruito ospedali e società di mutuo soccorso che stanno in piedi da più di un secolo, ma ognuno nel suo cortile, senza parlarsi tra loro e quasi senza parlare con Roma.

Lo Stato, dal canto suo, non ha aiutato. Abbiamo inventato il voto all'estero, e va bene, ma dal 2022 questi milioni di persone sono rappresentati da otto deputati e quattro senatori. Nel 2025 si è ristretta la cittadinanza per discendenza, per ragioni anche comprensibili (consolati intasati, pratiche infinite, qualche abuso), ma il messaggio arrivato a Buenos Aires e a San Paolo è stato uno solo: di voi, in fondo, possiamo fare a meno. Un Paese che volesse contare qualcosa nel mondo farebbe esattamente il contrario.

Il bello, o il paradosso, è che la rete esiste già, solo che non lo sa. L'ingegnere di Stoccolma, il ristoratore di Melbourne, l'avvocato italo-argentino e il manager di origine calabrese che lavora a Manhattan si riconoscono al volo, magari da come gesticolano o da come si lamentano del caffè, e hanno in comune più di quanto immaginino: una certa diffidenza verso il potere, il culto del pranzo lungo, l'arte di arrangiarsi che all'estero, curiosamente, diventa una qualità.

Italosfera nasce un po' da qui, dall'idea che basterebbe accorgersene. Non per rimpiangere chi è partito, che di rimpianti ne abbiamo già abbastanza, ma per raccontare chi è rimasto italiano altrove, spesso senza saperlo, e per dare a questa Italia sparpagliata un posto dove leggersi. Se poi un giorno anche Roma decidesse di guardarsi allo specchio e vedersi per quello che è, una nazione con mezza famiglia all'estero, tanto meglio. Noi, intanto, cominciamo.

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